La cassetta degli attrezzi per chi progetta (e per chi vive)
L’archivio di immagini interiore per noi è a tutti gli effetti uno strumento di progettazione.
Una risorsa interiore, costruita nel tempo, che ci permette di costruire immaginari, scomporre e ricomporre problemi e trovare nuove risposte.
“Attraverso l’osservazione profonda ci costruiamo un vero e proprio abaco interiore di forme, incastri, reazioni e strutture; un archivio di immagini e sensazioni a cui attingere all’occorrenza.”
Questo è quello che abbiamo scritto nell’articolo sull’osservazione della natura.
Ecco, queste nuove riflessioni nascono proprio da lì.
Da quell’abaco interiore, il nostro archivio di immagini. Oggi parleremo di cosa significa costruirlo, tenerlo vivo, e soprattutto perché, oggi più che mai, ne abbiamo un bisogno quasi vitale.
Cosa intendiamo per “archivio di immagini interiore”
Per spiegarti cosa è per noi un archivio di immagini, forse è meglio partire da cosa non è.
Non per negare semplicemente i riferimenti e le nozioni più familiari, ma per addentrarci insieme in un concetto che è più profondo di ciò che sembra.
Non è un semplice moodboard su Pinterest, o una cartella di riferimenti estetici da cui copiare uno stile, ma un abaco consapevole, un deposito interiore fatto di forme non solo viste ma assimilate, gesti osservati, incastri capiti, contesti ascoltati.
Questa risorsa si costruisce solo con un’osservazione lenta, ripetuta e non finalizzata a un uso immediato.
La differenza che esiste tra un archivio di immagini vissuto come semplice raccolta di immagini e l’archivio di immagini costruito come una risorsa interiore utile alla progettazione è la stessa differenza che esiste tra guardare e vedere, tra accumulare e comprendere.
Un’immagine, un gesto o una situazione entrano davvero nel nostro abaco solo quando li abbiamo problematizzati, ovvero: quando ci siamo chiesti perché quella cosa ha quella forma, quale problema risolve, a che logica risponde e quali legami crea con il contesto.
Farsi domande verso ciò che ci circonda dopotutto è un atto di cura: significa prendere sul serio ciò che si osserva, abbastanza da farsi delle domande invece di scivolarci sopra. Solo così è possibile mettersi in relazione a ciò che ci circonda e interiorizzarlo.
L’archivio di immagini interiore: perché crearlo?
L’abaco interiore serve a chi si occupa di progettazione, certo, ma non solo.
L’archivio interiore di immagini è uno strumento che ci aiuta a trovare soluzioni ai problemi complessi, di qualsiasi natura siano.
Diventa un prezioso alleato per affrontare due tipologie di sfide: quelle lavorative e quelle quotidiane.
L’abaco e la sua utilità come metodo di progettazione
Un archivio consapevole non è un vezzo da designer: è uno strumento operativo.
È la cassetta degli attrezzi a cui attingiamo, spesso senza nemmeno accorgercene, nel momento in cui dobbiamo trovare una soluzione, che sia un progetto, una decisione complessa, o addirittura un modo nuovo di guardare un problema vecchio.
Più l’abaco è ricco e stratificato, più le soluzioni che riusciamo a immaginare sono originali, perché non ripetono lo schema più ovvio, quello a portata di mano, ma pescano da un repertorio ampio, personale, non banale.
Ma un archivio da solo non basta (ti ricordiamo che non è un archivio polveroso da tenere in stand-by nella nostra mente). Per utilizzarlo nel modo migliore è necessario imparare ad attraversarlo e analizzare quello che contiene, metterlo a confronto, farlo dialogare con nuovi input, ascoltare cosa suggerisce senza forzarlo a dare subito una risposta.
È un lavoro che richiede pazienza, la stessa pazienza di cui parla John Cleese quando descrive la “modalità aperta” in Creativity: A Short and Cheerful Guide: quella disposizione mentale rilassata, curiosa, capace di stare nell’incertezza, nel disagio e nel non finito il tempo necessario prima di chiudere il problema.
Avere un proprio punto di vista, il più possibile solido, da cui partire, costruito proprio a partire da questo archivio, non è un limite alla creatività, ma la sua condizione di possibilità.
Non si inventa mai dal nulla: si ricombina, si rilegge, si trasforma quello che già abitiamo dentro.
D’altronde, il designer non è chi cala una forma dall’alto, ma chi cerca una soluzione all’interno del problema e lungo tutto il percorso. Il design non è l’output o l’oggetto in sé: è un metodo che ti porta alla risposta migliore partendo da ciò che hai a disposizione. In quest’ottica, il design non è una disciplina riservata agli addetti ai lavori: riguarda direttamente chiunque.
Perché serve oggi: vivere tempi di grande disorientamento
C’è un motivo per cui questo discorso ci sembra urgente proprio ora.
Abbiamo attraversato l’epoca moderna, poi quella postmoderna, e oggi fatichiamo persino a dare un nome a quella che stiamo vivendo, fatta di un tempo accelerato, saturo di immagini e storie che scorrono senza sedimentare.
Un’epoca in cui tutto sembra dover essere immediato, performante, subito monetizzabile.
In un contesto così, avere un archivio interiore consapevole, fatto non di immagini consumate distrattamente, ma di diapositive di una realtà vista, compresa e messe in relazione, diventa un atto quasi politico.
Capire come costruire un archivio interiore di immagini consapevole è un modo per non essere travolti dal rumore, per mantenere un punto di vista proprio in mezzo al disorientamento, per continuare a trovare soluzioni, semplici o complesse che siano, senza affidarsi solo a risposte preconfezionate.
Ci teniamo a sottolinearlo, questo non è un pensiero nato dalla nostalgia del passato, né dalla rincorsa ansiosa di tutto ciò che appare nuovo e poco comprensibile, ma una considerazione nata dalla convinzione che è indispensabile continuare a costruire uno sguardo capace di orientarsi, qualunque nome finiremo per dare a questa epoca.
C’è un libro che ci sembra parlare esattamente di questo: Botanica della Meraviglia di Andrea Colamedici e Maura Gancitano. Gli autori raccontano come, anche nei contesti più compromessi e nei momenti di crisi più profonda, continuino a germogliare pratiche di resistenza culturale, piccoli fiori ostinati che nascono proprio negli interstizi tra spavento e stupore.
È un’immagine che ci sembra vicina a quella dell’abaco: coltivare un archivio interiore, in tempi difficili, non è un gesto ingenuo o decorativo, ma una forma di cura e di resistenza. Un modo per continuare a generare senso, e soluzioni, anche quando il terreno intorno sembra franare.
Come si costruisce un archivio consapevole: pratiche
Costruire il proprio abaco personale non richiede strumenti complessi, ma un cambio d’attitudine quotidiano. Ogni giorno alimentiamo il nostro abaco di immagini attraverso alcune azioni.
- Osservare in modo attivo e non finalizzato.
Imparare a guardare le cose e la realtà con profondità e presenza senza la necessità di incasellare o trovare un’utilità immediata. È una pratica quasi contemplativa ma assolutamente concreta, che nel tempo produce un materiale di sintesi (cioè già processato da un ragionamento per essere poi riutilizzato, quindi non una materia prima com’era prima che lo osservassimo) utilissimo.
- Raccogliere e stratificare. Impegnarsi a costruire un sistema vivo che si aggiorna, si rilegge e si contraddice. Per esempio conservare la memoria di una trama vegetale accanto all’architettura di un intreccio tessile tradizionale permette alle idee di decantare contaminarsi e moltiplicarsi e alle intuizioni di svilupparsi.
- Usare il confronto come metodo. Mettere accanto immagini, contesti ed epoche diverse permette di far emergere pattern che da soli non si vedrebbero. Come ricordava il grafico e teorico Riccardo Falcinelli, imparare a vedere è imparare a pensare: comprendere la struttura visiva del mondo significa capire la struttura dei nostri stessi pensieri.
- Ricorrere all’ascolto come parte dell’osservazione. Non solo vedere, ma sentire con tutti i nostri sensi. Ascoltare le persone, i contesti e la storia dei luoghi. L’abaco non è unicamente visivo; è anche narrativo, tattile, antropologico, psicologico.
Per aiutarti a capire meglio come approcciarsi alla costruzione dell’abaco interiore, vogliamo riportarti delle riflessioni di Italo Calvino.
Forse penserai: “Italo Calvino? Ma non sto leggendo un articolo sul design?”.
Fidati, ha perfettamente senso, dopotutto non è questa la funzione dell’abaco? Raccogliere intuizioni apparentemente lontane e fare in modo che coesistano in qualcosa di nuovo?
Calvino stesso, in una lettera al suo traduttore francese (trovi il riferimento bibliografico alla fine dell’articolo), spiega che l’unica cosa che avrebbe voluto insegnare era proprio un modo di guardare, un modo di stare in mezzo al mondo.
Nella sua opera la memoria visiva non è mai un semplice archivio passivo di immagini viste: è un serbatoio a cui attingere per l’invenzione, il luogo in cui l’immagine si trasforma in racconto, in pensiero, in nuova combinazione.
È esattamente questo l’approccio che è necessario avere nella costruzione di un archivio di immagini interiore, un’attitudine che non prevede l’accumulo, ma la trasformazione.
Dai laboratori Ommo: l’archivio si costruisce insieme
Se il design è prima di tutto un processo di creazione e di scelta, e se è vero che ognuno di noi, più volte al giorno, deve compiere delle scelte: da cosa preparare per cena a cosa indossare, fino a come rispondere a un messaggio, allora tutti siamo progettisti.
In questo quotidiano progettare, l’abaco interiore diventa una bussola, un canovaccio su cui muoversi orientandosi tra punti più o meno solidi.
Guidare le persone a costruire, attraverso l’osservazione, l’ascolto e il fare pratico con le mani, il proprio abaco personale è quello che facciamo nei nostri laboratori di design thinking e creative confidence.
La fase di ascolto e immersione del design thinking è, in fondo, proprio questo: allenarsi a riempire l’archivio prima ancora di correre a cercare soluzioni.
Anche i nostri laboratori light, più agili e brevi, lavorano su questo principio: bastano poche ore di osservazione intenzionale per iniziare a stratificare un archivio che poi resta dentro, silenzioso, pronto a riemergere quando serve.
Se vuoi sperimentare con noi questo metodo, imparare ad allenare lo sguardo e scoprire come l’osservazione e la manipolazione della materia possono aiutarti a ritrovare la tua fiducia creativa, puoi approfondire la filosofia e le date dei nostri workshop nella pagina dei laboratori sul nostro sito.
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Per approfondire: la nostra cassetta degli attrezzi
Se quello che hai letto ti ha stimolato e vuoi esplorare i pensieri e le visioni da cui è nato questo articolo, ecco i libri da cui siamo partite per questa riflessione.
- Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Botanica della Meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo. Un viaggio filosofico tra le pratiche di resistenza culturale che continuano a germogliare anche nei contesti più incerti — un invito a coltivare la meraviglia come strumento per stare nel disorientamento senza smettere di generare senso.
- Italo Calvino, Guardare. Disegno, cinema, fotografia, arte, paesaggio, visioni e collezioni, a cura di Marco Belpoliti, Mondadori. Un’antologia che raccoglie tutta la riflessione di Calvino sullo sguardo, e che mostra come la memoria visiva sia da sempre, per lui, un serbatoio per l’invenzione e il pensiero.






